Nei territori va favorito un patto fra generazioni

Nei territori va favorito un patto fra generazioni. Senza, avremmo un progressivo impoverimento del capitale sociale e la crescita delle solitudini. La stessa identità di popolo deve partire dal peculiare dei sardi nel proprio contesto, lanciando la sfida per la salvaguardia della presenza umana nei
territori resistendo ai meccanismi perversi del mercato globale, che vorrebbero spazzare via interi popoli. La resistenza deve assumere la globalizzazione come possibilità e opportunità per ribadire l’identità di popolo.
Questo dato politico si struttura nella richiesta della sovranità piena nel proprio territorio, dentro il quadro costituzionale e dei trattati europei.
Un partito che ha radici nelle tradizioni autonomiste più nobili e lo sguardo rivolto verso l’Europa deve costruire la sua identità in una autonomia moderna, innovativa e aperta. Per questo è necessario pensare la Sardegna come regione europea, come popolo che supera la statualità e si relaziona, si connette con gli altri popoli europei. Mediando questo dato con la capacità di tutela dei diritti universali che ha contraddistinto gli Stati Nazione dalla loro fondazione. Serve avviare il cammino, senza obbligarci ad un traguardo o metterci dei limiti di sovranità insuperabili, dobbiamo discutere su come possiamo sostenere un progetto per una Sardegna nuova, solidale e cooperativa, forte e libera, serve prenderci la nostra libertà, la nostra autonomia sulle politiche e sulle alleanze.
La Sardegna ha una opportunità importante nella scelta delle macroregioni da costruire dal 2011 in poi. Dobbiamo scegliere e farlo tenendo conto delle culture, delle politiche, delle relazioni possibili, del protagonismo che la Sardegna può avere se sta nel sistema delle isole del Mediterraneo o se in esso costruisce una grande macroregione.
Per i più giovani, per il sistema educativo e della ricerca, per le donne, per le imprese, per le stesse istituzioni, per quei partiti che non giocano al federalismo ma credono nelle riforme, si tratta di scegliere se subire le scelte politiche e culturali del XXI secolo o guidarle da protagonista in un contesto che non è nè solo la nostra isola nè solo il nostro Paese.

Infine…
Un Partito non è mai un fine ma un mezzo per produrre cambiamento attraverso la politica. Se i partiti di oggi si mostreranno inadeguati al compito che ci attende in Sardegna, e la riflessione in questo senso è necessaria, i democratici e riformisti della nostra isola dovranno dare vita ad un laboratorio avanzato in grado di dare le giuste risposte, culturali, sociali e politiche.
Non serve al PD Sardo guardare al passato e dividersi ancora sui personalismi superati; al contrario servono proposte, progetti e idee e un gruppo dirigente diffuso in grado di realizzarle e di rappresentarle in autonomia.
Serve uscire dagli slogan superficiali e dalle magliette sbiadite dai rimpianti. Sarebbe un altro inganno per i nostri elettori e i nostri militanti. Un altro inganno che pagherebbe l’isola, come sta succedendo già oggi.
Per questo il PD Sardo deve confrontarsi senza dividersi, imparando dai propri errori. Perché restituire il coraggio della speranza, la speranza di vincere di nuovo, di costruire e vivere una Sardegna più giusta e più moderna passa attraverso tutti noi. Nessuno escluso.

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