La generazione dei 40enni di oggi è la prima che si trova in condizioni potenzialmente peggiori di quella precedente

Intanto occorre partire da un fatto, la generazione dei 40enni di oggi è la prima che si trova in condizioni potenzialmente peggiori di quella precedente rispetto alla quale ha meno opportunità, meno risposte, meno certezze. Non è un caso ma conseguenza di scelte che fanno dire che il nostro non è un paese per giovani. Sino a quando la spesa pubblica sarà centrata solo sul lavoro e sul lavoro dipendente, sino a quando la spesa obbligatoria si concentrerà sulle generazioni più anziane, sino a quando i diritti di maternità, quelli della educazione permanente, quelli per le politiche dell’infanzia saranno opzionali o legate solo al rapporto di lavoro esistente, i più giovani vivranno della dipendenza dai genitori e della incertezza del loro futuro.
Serve certamente un cambiamento nel Paese ma sono le Regioni che possono fare scelte per un welfare regionale, per standard di servizi universali o limitati, allargando il solco delle politiche sociali sviluppate con la legge 23 e quelle inattuate per le politiche attive del lavoro per costruire un vero sistema sociale regionale universalistico. Tocca alla Sardegna scegliere se essere anche un paese per giovani.
Ci sono spazi per un’idea di welfare che sia strumento di sviluppo umano, che accompagni giovani e vecchi, mettendoli in relazione tra loro, evidenziandone potenziali e talenti, attraverso servizi diffusi e orientati all’emersione delle capacità. Si tratta di una sfida nuova che propone una nuova idea di crescita. Misurata attraverso indicatori qualitativi e quantitativi piuttosto che esclusive stime dell’accumulazione della ricchezza, prive di correlati efficaci meccanismi di distribuzione. È anche la sfida di una rinnovata mobilità sociale in una Regione e in un Paese che sempre più è minato nella libertà reale, nella possibilità, da una generazione all’altra di crescere rispetto a quella precedente, di non restare paralizzati nella trincea della classe sociale e nel lavoro, sempre meno, dei propri genitori.

Il progetto a cui chiamiamo la società sarda richiede la esplicita adesione alla “sfida” con cui i mercati del lavoro europei si stanno misurando. La sfida consiste nel “conciliare maggiore flessibilità con la necessità di massimizzare la sicurezza di tutti”, sicurezza che la flessibilità mette appunto in causa. Vuol dire sostanzialmente introdurre efficaci elementi di protezione in mercati del lavoro sempre più flessibili, nei quali aumenta inevitabilmente la precarietà e l’insicurezza dei lavoratori, con un parallelo aumento della spesa sociale. Si spende tanto per spendere male. A supporto del sistema produttivo e dei lavoratori, non si può non pensare ad un moderno sistema locale di politiche attive e passive del lavoro che garantiscano stabilità sociale ed efficaci strumenti di inserimento e reinserimento nel mercato del lavoro consentendo, dove necessario adeguate riconversioni delle professionalità in linea con le richieste del mercato. È un tema nazionale, ma è anche una scelta delle regioni, dei mercati del lavoro locali, delle strategie per l’occupazione e la spesa sociale, della qualità della vita dei cittadini. Sono scelte nostre non solo da rimandare allo Stato o al dibattito nazionale.
Le garanzie di stabilità sociale e lavorativa costituiscono, peraltro, uno dei più efficaci strumenti per il mantenimento dell’ordine pubblico e della legalità.

La sfida della produzione che abbiamo davanti passa per la difesa di quello che c’è in Sardegna nel sistema industriale, ma sapendo che la sfida ha anche altre parole chiave se lancia lo sguardo verso un orizzonte più avanti nel tempo. È ha il nome della green economy, della creatività, dell’investimento sul capitale umano e sociale.
Sui saperi diffusi va basata la stagione del nuovo inizio. Potenziando le imprese innovative e contenendo la crisi del sistema industriale. Favorendo l’agricoltura moderna e stimolando in questo settore nuove energie.
Il modello di sviluppo per una Sardegna moderna e competitiva, integrata nel Bacino del Mediterraneo e nell’Europa, passa per la costruzione di una solida rete di cooperazione economica e sociale che consenta di affrontare e vincere la sfida del rilancio del comparto produttivo e di costruire un sistema di servizi al cittadino ed all’impresa adeguati agli standard degli altri Paesi occidentali. In un contesto globalizzato quale quello che si sta attualmente vivendo, in cui le produzioni a basso valore aggiunto vengono cannibalizzate da paesi in cui gli imprescindibili diritti degli individui in generale e dei lavoratori in particolare vengono ignorati, la competizione su queste tipologie produttive diventa insostenibile.
È necessario guardare all’economia della conoscenza, in cui il valore viene prodotto dalla creatività, dalla comunicazione e dalla condivisione. A supporto del sistema produttivo è necessario pensare a potenziare e migliorare la conoscenza, a promuovere un’università che guardi al Mediterraneo nell’ambito della ricerca in materia di Fonti Energetiche Rinnovabili e di qualità delle produzioni, creando innovazione ed alta formazione.

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