Il Congresso del Partito Democratico si svolge in un tempo tra i più cupi per i progressisti e i riformisti nella nostra isola e nel Paese. Mentre imperversa la crisi in tutto il mondo e cresce il numero di persone che perdono il lavoro, le forze politiche riformiste in Europa si attestano su posizioni sempre più minoritarie.
La sconfitta subita dal centrosinistra alle elezioni politiche del 2008 sembra il prodotto d’un’egemonia conquistata dalla destra destinata a durare, nonostante il fatto che i valori culturali e politici su cui s’è basato il liberismo negli ultimi 25 anni siano ormai sconfitti nel cuore stesso della metropoli mondiale, gli Stati Uniti di Barack Obama.
In Italia, gli interpreti spregiudicati di quell’ideologia ormai fuori stagione nel mondo riscoprono in realtà una vecchia costante della politica italiana, quel liberismo nazionalista che ha segnato il Novecento, che non esita a utilizzare lo Stato e la spesa pubblica per rafforzare un blocco sociale e politico conservatore.
Nordista e classista, questa politica non è in grado di favorire un vero e consolidato sviluppo economico anzi ilberismo nazionalista della destra italiana è in questo singolare: accentuazione del laissez faire associato alla spesa pubblica espansiva, senza alcuna politica di redistribuzione. Le elezioni europee segnalano che non c’è ancora un’egemonia della destra politica e culturale consolidata tra gli italiani, ma i milioni di elettori persi in un solo anno dal Partito Democratico e dal centrosinistra confermano una percezione di divisione e di incapacità di guidare una fase di innovazione e di uscita dalla crisi.
In un contesto sociale ed economico in progressivo mutamento, le elezioni regionali in Sardegna sono state una tappa determinante della sconfitta della proposta politica nazionale dei primi 20 mesi della vita del Partito Democratico e hanno segnato la più grande sconfitta per il centrosinistra nella storia recente dell’autonomia. Con molte responsabilità e conseguenze che il Partito Democratico ha il dovere di affrontare nel congresso e di gestire nel rapporto con le forze politiche e sociali in Sardegna.
La coalizione di centrosinistra si è disarticolata, dopo più di quarant’anni, il Partito Sardo d’Azione ha scelto l’alleanza programmatica con il centrodestra, le forze di minoranza in Consiglio Regionale hanno la dimensione più ridotta degli ultimi 30 anni, per la prima volta il Partito Socialista non è presente nel Parlamento Regionale e, soprattutto, si è spezzata una relazione storica con il complesso del mondo sindacale e associativo. Tutto avviene mentre la società sarda si mostra sempre più spaventata e preoccupata per il futuro e l’assenza di
una disegno chiaro in grado di favorire scelte condivise. Per questi motivi rappresentare con franchezza le cause della sconfitta elettorale in Sardegna, analizzare questi ultimi anni, impegnarsi a comprendere le motivazioni del comportamento politico dei sardi, è condizione indispensabile per ripartire, per ricostruire un partito credibile come forza di governo alternativo al centrodestra, e capace di vincere di nuovo dopo tante sconfitte.
Perché per vincere innanzitutto è necessario un partito, normale e ordinato, dotato di luoghi di partecipazione e governo democratico, di una strategia di alleanze credibili e di un progetto partecipato di governo della Sardegna.
Esiste un percorso parallelo della politica nel Paese e nella nostra regione che dapprima sfasato di qualche anno, proprio negli ultimi mesi sembra essersi perfettamente affiancato.
A seguito della caduta dei partiti storici con la politica nel Paese che si è riorganizzata in uno schema sostanzialmente bipolare, la risposta del centrosinistra a Berlusconi nel 1996 e nel 2006 è stata un’estesa coalizione guidata da un uomo non impegnato nelle competizioni interne di partito ma per niente estraneo alla politica dei partiti né al governo. Berlusconi perde con Prodi in entrambe le occasioni e vince nel 2001 contro il leader della Margherita Rutelli e nel 2008 contro il leader del Partito Democratico Veltroni.
In Sardegna sono gli anni della presa d’atto della esigenza di un nuovo percorso in grado di accompagnare interessi e aspettative dentro una nuova stagione di crescita civile. Sono gli anni del conflitto politico interno alle coalizioni, nel centrosinistra prima e nel centrodestra poi con un bilancio finale conclusivo di forte crisi nel rapporto tra partiti e cittadini. Mentre il Parlamento Italiano riformava settori fondamentali delle politiche sociali e sanitarie, dei servizi pubblici e alla comunità , delle risorse globali come l’acqua, l’ambiente e il paesaggio, in Sardegna il tempo trascorreva inutilmente e si continuava ad operare con una legislazione ed una programmazione in ritardo di dieci e venti anni.
È in questo contesto che in una parte del centrosinistra matura l’ipotesi di cercare un valore aggiunto ai partiti della coalizione attraverso una leadership non proveniente dal mondo politico. Un esperimento che assume il profilo di uno straordinario successo elettorale del centrosinistra di Sardegna Insieme ma con i partiti e le istituzioni in Sardegna che si trovano impreparati ad affrontare il nuovo equilibrio di poteri provocato dalla elezione diretta del Presidente della Regione. A cui si aggiungeva una enorme aspettativa sulla figura del Presidente che appariva in grado di raccogliere le speranze di cambiamento e di realizzarle sulla base della sua credibilità personale, morale e culturale.
4. La leadership istituzionale ha interpretato con poca politica la diffusa convinzione che i partiti non fossero più in grado di costruire soluzioni praticabili a tutela dei diritti dei cittadini privilegiando la rappresentazione comunicativa del programma e del progetto ai diritti di rappresentanza delle forze politiche, in questo svilendone il ruolo quali interpreti delle legittime aspettative del cittadino elettore.
La debolezza dei partiti ha poi impedito la possibilità di fortificare e di innovare le istituzioni, o di modificarle in maniera condivisa e per questo permanente. I tentativi fatti sono stati per questo interpretati come verticistici e destinati ad essere insabbiati se non cancellati. In queste condizioni, il quinquennio che abbiamo vissuto è stato soprattutto una lunga fase di conflitto politico e istituzionale che ha indebolito il rapporto tra cittadini, politica e istituzioni, e ha fatto perdere l’idea di un sistema politico in grado di mediare e governare il cambiamento e dare prosperità all’isola. Un conflitto che è stato influenzato dalla forte personalità del primo presidente eletto direttamente, e forse dal suo tentativo di far coincidere la leadership istituzionale e quella politica della coalizione, con quelle del Partito Democratico. Un partito nuovo che nasceva nell’ottobre 2007, ma che ha radici antiche più profonde nella politica, nella cultura e nella società . A partire da quella distinzione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario che è alla base della Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista e le conseguenze e i pericoli della possibilità da parte dell’esecutivo di condizionare il potere legislativo è visibile nella vita politica nazionale degli ultimi 15 anni, persino in presenza del Presidente della Repubblica che è garante della Costituzione e della distinzione dei poteri.
Fin dalla sua nascita, nel Partito Democratico in Sardegna hanno convissuto due idee contrastanti del rapporto tra partito e governo, tra leadership istituzionale e dibattito politico del partito: un quesito irrisolto che ha poi condizionato la stessa costruzione del partito, vincolandolo al servizio delle elezioni regionali che sarebbero poi arrivate. Per il Partito Democratico le elezioni sarde hanno costituito il compimento di una ipotesi politica e insieme di un equivoco, della idea, affascinante ma perlomeno immatura, di competere da solo contro il Pdl per il governo del Paese, e di competere usando gli stessi strumenti: la leadership personale che supera la funzione collettiva del partito, le candidature estetiche, sopra quelle delle competenze, l’inseguire il consenso individuale come superiore a quello organizzato.
Per questo il primo passo per il Partito Democratico in Sardegna è sciogliere il nodo della sua identità , della sua organizzazione, della distinzione tra partito e istituzioni, delle alleanze, tenendo certo in conto le nuove complessità , ma senza pensare che alla società liquida debba corrispondere un partito destrutturato, occasionale o gassoso.
Se la politica vuole proporsi come generatrice di speranza, essa deve costruire, dentro la società liquida e impaurita, luoghi certi di elaborazione di progetti e di soluzioni, che rappresentino altrettanto riferimenti certi per le comunità in crisi. Per questo con il Partito Democratico abbiamo un compito: vincere di nuovo, nella fiducia dei cittadini, restituire il coraggio alla speranza, credere di nuovo nella bellezza della politica, nella sua capacità di costruire un mondo migliore e più giusto. Per questo ci prendiamo il compito di costruire anche con il nostro partito, insieme a tutti i cittadini, alle associazioni, ai sindacati, alle forze politiche del cambiamento, una Sardegna libera, responsabile, solidale e democratica.
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